RITORNO ALLA FOTOGRAFIA
Ricordando la prima foto della Terra ripresa dalla Luna, pubblicata nel 1969, il fotografo Luigi Ghirri scriveva che quella non era “soltanto l’immagine del mondo, ma l’immagine che conteneva tutte le immagini del mondo: graffiti, affreschi, dipinti, scritture, fotografie, libri, film.” Un avvenimento che segnò profondamente la società e l’arte di quegli anni. Nel luglio del 2010 l’Agenzia Spaziale Europea ha diffuso la prima fotografia dell’intero universo che ne racchiude il passato, compreso il momento della creazione, il cosiddetto Big Bang. Gli scienziati potranno così compiere un viaggio a ritroso nel tempo, ripulendo l’immagine dai vari strati come si fa con il restauro di un quadro, fino ad arrivare a quella debole emissione di microonde prodotta dall’immane esplosione che 13,7 miliardi di anni fa ha dato inizio allo spazio, al tempo e alla materia. Un avvenimento epocale, passato sui mezzi di informazione senza troppa enfasi, con assoluta normalità. Il curatore francese esperto di new media Richard Castelli ha detto recentemente: “Il problema del nostro presente è che è così presente che sta uccidendo il futuro e ha quasi completamente ucciso la storia.” In questo contesto, l’eterno presente della fotografia dovrebbe trovare la sua massima espressione, ma, paradossalmente, sembra che l’immagine non sia più sufficiente per rappresentare la realtà e debba necessariamente ibridarsi con altre pratiche. Negli ultimi tempi si fa un gran parlare e ci si interroga sul futuro della fotografia, dividendosi equamente tra le novelle cassandre che ne decretano anzitempo la definitiva dipartita, gli ultra integralisti del dogma analogico e documentario ed i new-radical della postproduzione ad ogni costo. Il fotografo inglese Paul Graham, nel suo intervento al primo MoMA Photography Forum, sostiene che ci troviamo in un’epoca post documentaria in cui la posizione della cosiddetta “fotografia diretta nel mondo dell’arte ricorda la parabola di una comunità isolata, che si è sviluppata mangiando patate tutta la vita e nel momento in cui le viene presentata una mela, la considera irragionevole ed inutile, perché non ha lo stesso sapore della patata.”
Con questa sua quinta edizione, Rapallo Fotografia Contemporanea, piuttosto che avanzare soluzioni, prova a sollevare alcuni dubbi proponendo una riflessione sull’essenza stessa della Fotografia. La nuova serie di ritratti dell’artista olandese Charlotte Dumas, dedicata ai cani da lavoro, ci riporta ad una forma basica, secca e ripulita dell’immagine, più semplice solo in apparenza, perché ricca di riferimenti e risvolti sociali, del tutto simili alle dinamiche umane. Allo stesso modo, i sei autori della sezione Open Space, Bergantini, Crovetto, Garibotti, Leotta, Ligato e Positano, affrontano in maniera estremamente consapevole il tema del ritorno all’immagine in quanto tale. Cercare l’essenzialità non vuol dire in questo caso regredire ad uno stato primordiale, né ritornare ad un ipotetico giardino dell’eden. Piuttosto è concentrarsi sull’immagine in sé, senza aggiungere altro.
Andrea Botto
Direttore Artistico RFC
Con questa sua quinta edizione, Rapallo Fotografia Contemporanea, piuttosto che avanzare soluzioni, prova a sollevare alcuni dubbi proponendo una riflessione sull’essenza stessa della Fotografia. La nuova serie di ritratti dell’artista olandese Charlotte Dumas, dedicata ai cani da lavoro, ci riporta ad una forma basica, secca e ripulita dell’immagine, più semplice solo in apparenza, perché ricca di riferimenti e risvolti sociali, del tutto simili alle dinamiche umane. Allo stesso modo, i sei autori della sezione Open Space, Bergantini, Crovetto, Garibotti, Leotta, Ligato e Positano, affrontano in maniera estremamente consapevole il tema del ritorno all’immagine in quanto tale. Cercare l’essenzialità non vuol dire in questo caso regredire ad uno stato primordiale, né ritornare ad un ipotetico giardino dell’eden. Piuttosto è concentrarsi sull’immagine in sé, senza aggiungere altro.
Andrea Botto
Direttore Artistico RFC
